COS’È UN JARDIN PARTAGÉ?

Tratto dall’articolo “Il mio giardino low cost” su “D La Repubblica” di Laura Traldi 

Ora tutto cambierà. Il Comune di Milano ha infatti firmato lo scorso maggio una Carta, creata sulla falsariga di quella che da anni esiste a Parigi (dove i jardins partagés hanno un successo enorme), che renderà più semplice creare un giardino comunitario e prendersene cura.
«Il Comune si farà carico della pulizia dell’area e dell’allacciamento alla rete idrica. Alle associazioni spetterà impegnarsi a tenere aperto il giardino, organizzare pratiche di gardening ed eventi pubblici», dice Elena Grandi, editor di libri di professione e attivista verde per passione. Da quando è approdata l’anno scorso in Consiglio di Zona 1, dove è presidente della Commissione verde, si è adoperata in ogni modo per trasformare Milano in una nuova Parigi. «Almeno in tema di giardini condivisi». Al Comune la proposta è piaciuta. Nessuno aveva in mente la storia del prete Lemire (che nel 1896 tolse il bicchiere di assenzio dalle mani di centinaia di lavoratori di Cambrai, coinvolgendoli nei primi giardini operai della storia), ma il ruolo aggregante dei jardins partagés di Parigi di sicuro sì: nella delibera si parla di «luoghi aperti che incoraggiano l’interazione tra le generazioni e le culture. E infatti. «Ci lavorano persone che diversamente, nella vita di tutti i giorni, non si incontrerebbero mai», dice Grandi. «Invece qui condividono scopi, fatica fisica e risultati concreti: ci sono il professionista, il disoccupato, la casalinga, l’immigrato. A Parigi i jardins partagés sono oasi di armonia».
La stessa che si aspettano Margherita Brianza, Elisabetta Cereghini e  Vittoria Tamanini il 22 settembre a Milano: quando, in piazza Cairoli, sarà possibile per chiunque, (previa iscrizione su milanoparkingday.over-blog.com), trasformare gli stalli dei parcheggi in giardinetti fai-da-te. L’iniziativa si chiama Parking Day e parte nello stesso momento in tutto il mondo (ci saranno anche collegamenti skype). «No, nessuna occupazione illecita di suolo pubblico: il Comune è dalla nostra parte». Quanto all’impossibilità di parcheggiare in piazza, «che saranno mai 20 spazi? Un disagio minimo, che dura solo un giorno». Come anche i giardini, del resto. Dunque a che servono? «A mostrare a tutti che la città potrebbe avere un volto simile a quello che ciascuno di noi sogna. E alla città che di abitanti pronti a mettersi in gioco per una migliore qualità della vita ce ne sono tanti».
«È vero, la gente ha voglia di impegnarsi e queste iniziative vanno nella direzione giusta. Ma il traguardo è ancora lontano», sottolinea Gaia Chaillet Giusti, paesaggista di fama internazionale, blogger (su linkiesta.it) e vicepresidente della commissione in cui lavora Elena Grandi. Per Gaia quello che serve è un’evoluzione nel modo di realizzare il verde cittadino, «paralizzato da un approccio ottocentesco, che non tiene conto delle urgenze economiche ed ecologiche di oggi». Un esempio negativo? Le aiuole fiorite. Proprio quelle di cui tanti cittadini vanno orgogliosi, amate anche dai turisti. «Alla gente piace quello che è abituata a vedere. Ma pochi sanno che i bulbi vanno piantati due-tre volte l’anno, curati e bagnati di continuo, e raggiungono costi esorbitanti.  Non sono una fanatica: va benissimo averli nei luoghi di rappresentanza. Ma servono situazioni meno formali, con erbacee, graminacee: piante più semplici da curare, che richiedono poca acqua. E più belle, anche, perché appartengono davvero a questi luoghi. Non mi piace parlare della necessità di educare le persone a un nuovo tipo di bellezza, però è quello che bisognerebbe fare per un verde sostenibile».

 

Per leggere tutto l’articolo clicca qui

 

24/08/2012

Laura Traldi 

Via: D La Repubblica 

 

Aggiungi un commento