BRASILE PADIGLIONE EXPO 2015. UN RIUSO INTELLIGENTE.

Quando si parla di EXPO, specie negli ultimi mesi, è facile essere presi dalla preoccupazione. EXPO dovrebbe essere una grande occasione per Milano e per l’Italia, un evento in grado di rilanciare l’economia, di creare indotto, un pungolo per creare nuovi e migliori servizi, uno strumento per dare forza ai temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura, dell’alimentazione sana, della valorizzazione del nostro territorio e del suo sistema delle acque. Tutto ciò rischia di essere vanificato, soffocato dal malaffare, da interessi illeciti, da progettualità a volte incoerenti rispetto all’argomento dell’Esposizione Universale: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”.

Oggi, a dieci mesi dall’apertura di EXPO, siamo in lotta contro il tempo e contro chi ha cercato di corrompere e di frustrare gli sforzi di tanti: che, invece, hanno creduto e credono nell’alto significato dell’esposizione; e che per questo hanno speso e spendono energie e fatica, senza risparmiarsi.

Per fortuna , in questo contesto difficile e complicato, accade anche che si accendano improvvisi sprazzi di luce: di quelli che ci fanno sperare e credere che EXPO potrà davvero essere quello che tutti noi vorremmo fosse.

Due mesi fa, tornando verso casa una sera, mi è capitato di fermarmi a parlare con tre ragazzi seduti al tavolino di un bar che, incuriositi dalla mia bicicletta addobbata con i volantini della campagna elettorale per le elezioni europee, mi hanno chiesto senza troppi preamboli di dire loro, in massimo dieci parole, perché avrebbero dovuto votare me piuttosto che altri. L’ho fatto. Non so se li ho convinti a votarmi, ma quello che è avvenuto è che ci siamo messi a chiacchierare: di Milano, di ambiente, di consumo di suolo, di riciclo, di risparmio energetico, di agricoltura, di dissesto idrogeologico, del nostro patrimonio naturale e culturale che merita di essere tutelato e valorizzato e, infine, di EXPO.

I tre, un architetto e due ingegneri, soci di uno studio composto prevalentemente da persone giovani, intraprendenti e preparate, comunicavano entusiasmo e competenza, fantasia e determinazione, creatività e senso pratico.

Dopo avere vinto il bando per il progetto e la realizzazione del Padiglione Expo del Brasile, non si sono accontentati di progettarne la struttura: ma hanno deciso di mettere a punto, insieme ad APEX Brasile (la maggiore società di promozione culturale, commerciale e turistica brasiliana), un piano di riuso del padiglione una volta conclusa l’esposizione.

Il Brasile, anziché smantellarlo o, nel migliore dei casi, smontarlo per poi ricostruirlo oltreoceano, si è reso disponibile a regalare il suo padiglione al Comune di Milano: che potrà ricollocarlo, suddiviso in più parti o interamente (la costruzione, modulare, è scomponibile e ricomponibile a seconda delle esigenze), nei luoghi che verranno scelti dalla nostra Amministrazione.

Su tutto questo (per una curiosa coincidenza), i progettisti mi avevano scritto una mail appena due giorni prima, presentando il loro progetto e chiedendo se da parte del Comune di Milano ci sarebbe potuto essere interesse a sostenerlo e a condividerlo: nel qual caso avrebbero potuto prevedere fin dall’inizio nel bando di gara per l’appalto dei lavori (senza costi per il Comune) lo smontaggio dal sito di EXPO e il rimontaggio nei luoghi dove si decidesse di riutilizzare il padiglione, o le sue parti.

Il caso ci aveva messo in contatto prima che avessi avuto tempo di rispondere alla loro offerta.

Nel volgere di pochi giorni, sentiti gli Assessori Chiara Bisconti e Lucia De Cesaris (il progetto deve ovviamente avere una valenza che va oltre la Zona e la scelta di dove e come riusare la struttura non potrà che coinvolgere anche la Giunta) e avuto conferma del loro interesse, il Consiglio di Zona ha accolto con favore la proposta e dichiarato il suo parere positivo alla realizzazione del piano.

Ora si tratterà di identificare le aree (o l’area) adatte, di immaginare delle destinazioni d’uso, di mettere a punto degli studi di fattibilità (anche economica), di preparare delle linee d’indirizzo per chi, in futuro, si farà carico della gestione degli spazi: che potrà essere il Comune, o un’associazione, o una fondazione, o anche l’insieme di diversi soggetti. Tutto è ancora da definire, quindi; quello che è certo è che Milano riceverà in dono dal Brasile degli spazi che potranno ospitare attività di ogni genere.

Il padiglione, costruito prevalentemente in acciaio corten e legno, ad alta efficienza per quanto attiene ai risparmi energetici, è composto di due corpi: uno a cielo aperto, dove vi saranno gli orti, le aree coltivate e una serie di percorsi sia a terra che aerei, questi ultimi accessibili grazie a una rete sospesa su cui camminare, esplorare, osservare dall’alto; e uno coperto che comprenderà un auditorium, laboratori di vario genere, ristorante, bar, uffici, sale per conferenze, dibattiti, proiezioni. I moduli, che sono interscambiabili e riassemblabili in altre forme e dimensioni, conferiscono alla costruzione una grande versatilità che le consentirà di trasformarsi in base alle esigenze che saranno espresse e alle proposte che saranno avanzate (i progettisti hanno già messo allo studio una serie di idee).

Siamo di fronte ad un progetto molto interessante, sotto molteplici aspetti: virtuoso e sostenibile, che potrebbe, anzi dovrebbe, diventare modello per altre analoghe iniziative. Il concetto di sostenibilità viene qui declinato al meglio: riciclo e riuso dei materiali e di manufatti vanno di pari passo con il riutilizzo di porzioni funzionali in grado di offrire nuovi servizi alla collettività.

Sono idee come queste quelle che potranno dare nuovo slancio alla prossima Esposizione Universale e che ci aiutano a dimenticare gli scandali per gli appalti, la Maltauro, le opere impattanti e inutili, i ritardi dei cantieri, il timore di cosa sarà il dopo EXPO e di cosa accadrà di quella enorme piastra di cemento su cui verranno montati milioni di metri cubi di strutture e di manufatti del cui destino futuro ad oggi ben poco si sa.

Sappiamo che alcuni padiglioni verranno rimontati nei rispettivi stati, altri saranno smantellati. E poi? Dove finiranno tutti quei tubi di ferro, il cemento, i vetri, il legname, gli impianti? È facile immaginare vagoni di materiale dismesso che saranno dirottati verso la rottamazione. In totale contrasto con il concetto di sostenibilità ambientale.

Per questo dovremmo fare tesoro di questo esempio di buona progettazione e fare in modo che il progetto per il Padiglione del Brasile non rimanga un caso isolato ma diventi un modello replicabile e diffuso.

 

Elena Grandi

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