BUROCRAZIA: UN POTERE CHE OPPRIME E FRENA IL PROGRESSO

Fin dal tempo dei Romani il potere degli uffici decentrati, antitetico a quello centrale, non è mai posto secondo le attese del potere politico. È sfuggito di mano il controllo del fine per il quale era stato creato, proprio perché le persone che lo incarnavano non potevano culturalmente seguire l’essenza delle direttive, legislative o dittatoriali che fossero. Persino Tacito negli Annales riferisce, con la forza delle parole dello storico, “… esercitavano poteri regali con animo di schiavi.”

Ad ogni modo, già durante l’Impero bizantino (da esso il termine bizantinismo) il nome burocrazia aveva assunto una connotazione negativa: la burocrazia e il suo articolato apparato, invece che porsi come strumento di intermediazione tra il potere e la società, anziché porsi come strumento positivo di realizzazione delle idee e di regolazione dei rapporti nel vivere civile, si era trasformata in una sorta di creatura tentacolare che sfuggiva al controllo del governante e che abusava di un potere spesso senza limiti.

Da allora, la burocrazia ha incrementato il suo potere di pari passo con la proliferazione delle leggi, sia amministrative che politiche, in quanto conduttore delle regole sempre più numerose che alle leggi si accompagnano per avere effetti su una collettività che si è fatta sempre più complessa e articolata.

Oggi, oltre a essere percepita negativamente dal cittadino, la burocrazia è vista come un potenziale nemico, invece che come un necessario strumento di governo: perché, attualizzando la chiosa di Tacito, è incarnata e composta da persone che nel tempo hanno sfruttato il potere delle carte per acquisire personalmente dei vantaggi in termini di potere (o addirittura, nei casi patologici, di arricchimento); il risultato più preoccupante ed evidente è che i funzionari pubblici, spesso, invece che costituire una garanzia di rapporti corretti tramite il controllo del rispetto delle regole, tra la politica che cerca di realizzare le idee e chi è delegato a realizzarle, hanno costituito un altro centro di potere, essenzialmente statico nel tempo e in contrapposizione al variare delle idee, che frena il processo di rinnovamento, oltre a rallentare tutte le azioni che le leggi pongono per il corretto funzionamento della società.

Esaurita questa scoraggiante premessa generale, ed evitando di parlare nello specifico dei fatti noti che periodicamente assurgono agli onori della cronaca e che ci rivelano quali e quanti legami vi siano tra politica, apparati burocratici e mondo degli affari, viene spontaneo chiedersi come un buon governo possa esprimere le sue potenzialità e il suo intento di rinnovamento se il suo operare rimane imbrigliato dai laccioli della burocrazia, e se ostacoli e freni di ogni genere contribuiscono a rallentare, se non a neutralizzare, gran parte delle scelte che dovrebbero essere assunte da chi è stato eletto per governare. Questo vale per il governo nazionale tanto quanto per i governi locali.

A Milano stiamo vivendo una fase delicata e complessa: a poco più di un anno dalla fine del mandato, il sindaco Pisapia ha annunciato che non sarà più lui il prossimo candidato sindaco della città. La sua deve essere stata una scelta difficile e sofferta (e comprensibile), perché ha dovuto tenere conto non solo di Expo ormai alle porte, ma della città metropolitana in divenire, di quello che è stato iniziato e che deve essere assolutamente completato, di ciò che si dovrà affrontare nel dopo Expo.

C’è chi dice che tale annuncio avrebbe dovuto essere dato all’indomani dell’inaugurazione di Expo o addirittura più avanti ancora; ma in realtà io credo che poco sarebbe cambiato: comunque sia, dovremo fare i conti con una nuova candidatura e augurarci che questa sia in grado di unire ed entusiasmare, come è stato per quella di Giuliano Pisapia, tutte le forze del centrosinistra e della sinistra milanese.

La realtà però è che, se già in condizioni normali la fase finale del quinquennio di un governo cittadino vede il potere politico indebolito da un apparato burocratico inamovibile e perciò sempre più arrogante, proprio perché sicuro di rimanere al suo posto anche quando chi governa se ne sarà andato, il fatto che un sindaco in carica annunci che non si ricandiderà rende lui e la sua giunta molto più deboli.

A prescindere dal dibattito politico che si scatenerà all’interno del centrosinistra e della sinistra sulla prossima candidatura a Sindaco di Milano, il tema cruciale, con cui dovremo fare i conti da oggi a maggio del 2016, è quello del peso che la macchina amministrativa, gli uffici, i funzionari e i dirigenti dei vari settori dell’Amministrazione Pubblica potranno esercitare sulle scelte politiche che ancora dovranno, e devono, essere fatte.

Ho già scritto su queste pagine della fatica del governare dovendo quotidianamente scontrarsi con gli uffici e con alcuni (non tutti, per fortuna) funzionari particolarmente riottosi a introdurre qualsiasi cambiamento che comporti l’interruzione di un ritmo e di un modo di lavorare assodati. E ho anche scritto, consapevole di esporre un punto di vista personale, che una soluzione, a fronte di una legislazione complessa e a volte farraginosa, potesse essere quella, non tanto di un vero e proprio spoils system, ma di una modifica del regolamento comunale che consentisse la rotazione dei direttori di settore e di una parte dei funzionari. Anche a costo di affrontare estenuanti lotte sindacali da un lato e di perdere qualche competenza (peraltro facilmente recuperabile) dall’altro.

Ora è troppo tardi per intervenire in questo modo, ma almeno dobbiamo provare a non soccombere alla prepotenza di certi funzionari che specie in alcuni settori (penso alle strade, ai lavori pubblici, alle piste ciclabili, al demanio) sono, alla fine, i veri detentori delle decisioni finali.

Il non avere avuto il coraggio di rivoluzionare la nostra macchina burocratica, o meglio, di avere lasciato la questione nelle mani, sovente impotenti, di quelli più sensibili al tema tra i nostri assessori, è stata forse la più grave mancanza di un sindaco che per il resto ha operato bene, senza risparmiarsi mai e con rettitudine e trasparenza.

Nel tempo di poco più di un anno che manca alle prossime elezioni questa dovrebbe essere la nostra missione: di non permettere più in alcun modo ai funzionari di inficiare le scelte della politica. Non sarà né facile né scontato, ma vale la pena di provarci.

Elena Grandi

Via: ArcipelagoMilano

 

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